L'ANALISI - Gioco compulsivo: "Così le banche finanziano chi gioca e chi fa giocare"

Secondo l'ex finanziere Umberto Rapetto, "nel ciclo industriale dell'azzardo gli istituti di credito sono parte attiva". Stop alla pubblicità il primo passo: "Le aziende del gaming - dice - sono i principali inserzionisti di qualunque gruppo editoriale"

Dipendenze Redazione — 09/10/2015

"Le banche sono, nel ciclo industriale dell'azzardo, parte attiva dato che se da una parte finanziano le imprese che istallano le macchinette slot ed altri tipi di apparecchi da intrattenimento, dall'altra finanziano i giocatori attraverso prestiti che permettono loro di continuare a giocare anche quando hanno perso tutto quello che avevano". L'analisi di Umberto Rapetto, ex Comandante del Nucleo Frodi Telematiche della Guardia di Finanza artefice dell'inchiesta sulle maxi penali slot, è lapidaria. Intervenuto a Roma al convegno 'Azzardo e Finanza' organizzato da Banca Etica per il ciclo di conferenze BankMob2015, l'esperto ha spiegato all'Agenzia Il Velino che "una volta che la banca interrompe il flusso di denaro, questo meccanismo alimenta il circuito dell'usura al quale i giocatori si rivolgono per disperazione".

Il tema è di quelli caldi: l'azzardo legalizzato, infatti, è un'industria con un giro di affari annuale da 90 miliardi di euro che, negli ultimi 10 anni ha avuto in Italia un impatto devastante sia a livello sociale sia economico. Molti sono i problemi ha generato, e continua a generare: dall'aumento delle persone affette da ludopatie, allo svuotamento dei tessuti commerciali nelle città, dal fianco offerto all'usura e al riciclaggio delle organizzazioni mafiose, fino alla sottrazione di un'enorme quantità di denaro a destinazioni legali e produttive. Ecco perché al di là del necessario stravolgimento dell'attuale quadro normativo che molte reti di associazioni stanno già promuovendo, è necessaria una riflessione sull’enorme flusso di denaro e di crediti che le banche hanno garantito a tutte le concessionarie dell'azzardo senza che nessuno, direttori, lavoratori e clienti, si rendesse conto degli effetti che avrebbero poi delineato.

Secondo Rapetto occorre affrontare il tema del gaming in maniera organica e non esclusiva: "Non fosse altro - ha sottolineato - perché al di la dell'Erario che vuole a tutti i costi entrare in possesso di nuove fonti di reddito, c'è un impatto di natura sociale che è devastante". "Mi sono occupato per tutta la vita e per tutti gli anni cruciali della mia carriera professionale di contrasto al gioco d'azzardo". "Finora la politica governativa ha dato grande enfasi alla possibilità di incamerare denaro attraverso questo settore ma - ha evidenziato - non ha considerato quanto esso permette di incassare e quanto finisce per far spendere per intervenire socialmente in aiuto delle persone che sprofondano nell'indigenza più profonda e per correre ai ripari dai crimini legati a questo contesto"2.

"Il primo rimedio è vietare la pubblicità al gioco", ha esortato poi l'ex Comandante della Guardia di Finanza. "È questa la chiave di volta. Così che il mondo della stampa possa finalmente dare un'informazione più pulita. Le aziende del gaming sono i principali inserzionisti di qualunque gruppo editoriale. Nel momento in cui questi non possono più alimentare le case editrici, i giornalisti potrebbero raccontare la verità, e non solo quello che il raziocinio condizionato li costringe a scrivere". É come per il fumo, "che si inizi a scrivere sulle slot 'nuoce gravemente alla salute' oltre che alle tasche". Inoltre, altra cosa importantissima, non deve passare secondo Rapetto il messaggio "diseducativo per cui sembra facile arricchirsi con l'azzardo". "Noi stiamo pagando il conto degli errori atavici del fatto che nessuno ha mai pensato di anteporre l'interesse collettivo all'interesse personale. Io - ha spiegato - amavo il mestiere che facevo e mi sono immolato sperando che qualcuno raccogliesse il testimone. Ma questo non è accaduto". "Il Paese - ha concluso l'ex finanziere - dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza, ma la coscienza non c'è".