Salute migrante: formazione sanitaria in aumento ma 'a macchie'

Aumenta il numero delle iniziative di aggiornamento, ma resta diseguale la loro collocazione sul territorio italiano. Circa 10mila le ore di formazione messe in campo in sette anni.

Salute e Prevenzione Paola Simonetti — 16/06/2010

La cultura dell'accoglienza in ambito sanitario migliora fra luci ed ombre. Gli operatori di settore, seppure lentamente, arricchiscono il proprio bagaglio sul fronte delle esigenze del popolo migrante.  Dal 2002 al 2008, in Italia, sono cresciute le iniziative di formazione per operatori sanitari rispetto al tema dell'immigrazione. È quanto emerge da uno studio sulla formazione degli operatori, condotta dal dipartimento di Scienze di Sanità pubblica dell'Università La Sapienza di Roma nell'ambito del progetto 'Migrazione e Salute', promosso dall'Istituto superiore di sanità. Queste iniziative, tuttavia, restano sparse in modo diseguale sul territorio nazionale e per lo più ad un livello di base.

PIÙ EVENTI CHE PROGETTI. In sette anni nel nostro Paese sono state promosse su tutto il territorio nazionale circa 2mila 200 iniziative formative per operatori sanitari sul tema della salute delle persone immigrate. Circa 10mila ore di formazione delle quali il 90 per cento accreditate, su cui prevalgono gli 'eventi' rispetto ai progetti formativi promossi dalle varie aziende sanitarie. Se nel 2002 la distribuzione temporale delle iniziative era meno del 4 per cento, nel 2008 è quasi del 17 per cento, con un picco superiore al 24 per cento nell'anno 2006; un periodo in cui sono stati organizzati oltre 530 progetti di formazione e aggiornamento. Resta tuttavia basso il livello delle iniziative: oltre la metà degli eventi è risultato essere di base (59 per cento), di livello intermedio (34 per cento dei casi), e solo poco più del 3 per cento di livello avanzato.

LE DIFFERENZE TERRITORIALI. Significativa del famigerato gap Nord-Sud, la distribuzione territoriale di progetti e iniziative di aggiornamento: il 70 per cento è stato realizzato nelle regioni settentrionali, poco meno del 20 per cento in quelle centrali, il 10 per cento in quelle meridionali e insulari. "Tenendo conto dell'attuale distribuzione geografica degli stranieri – spiega lo studio - il nord appare complessivamente sovrarappresentato, il centro e il sud sottorappresentati".

IL PERSONALE IMPIEGATO. Solleva riflessioni anche l'aspetto che indaga le modalità di impiego del personale sanitario. Il lavoro di ricerca condotto dal Laboratorio per le politiche sociali di Roma (Labos), somministrando questionari a circa mille servizi sanitari, ha fatto emergere come al Nord sia maggiore l'uso di infermieri stranieri e il ricorso a corsi di formazione sul fenomeno migratorio e come al Centro sia diffuso l'utilizzo di mediatori culturali esterni, opuscoli multilingue e incontri con la popolazione. Continua ad impensierire la situazione del Mezzogiorno, dove sono numerose le strutture che dichiarano di non avere personale interno strutturato, di non utilizzare volontari, di non avere servizi informativi multilingue, di non frequentare corsi di formazione e aggiornamento. Lo studio ha individuato anche delle linee guida per un maggiore approccio 'migrant friendly': riguardano innanzitutto una maggiore comunicazione orientata ai pazienti stranieri sui servizi esistenti, ma anche il superamento delle barriere linguistico-culturali con i servizi investendo maggiormente sulla formazione degli operatori.