Alcolismo: "Come sono rinato grazie all'umiltà"

La testimonianza di un ex alcolista che si racconta dopo quattro di anni di sobrietà. "Alla Alcolisti Anonimi ho ritrovato equilibrio e una nuova filosofia di vita. Ma il lavoro con se stessi non finisce mai".

Dipendenze Paola Simonetti 07/06/2011

Nella trasparenza vermiglia di un bicchiere di alcol abita il demone del 'delirio'. Al di là del bordo di quel vetro da appoggiare alle labbra c'è il precipizio, il tuffo dolente di chi cerca una fetta di disperato oblìo; il velenoso balsamo che calma il pulsare di un dolore persistente. Che però non se ne va, resta lì a sorvegliarti, perché impara a galleggiare sull'onda di ogni bottiglia svuotata. Eugenio, ex alcolista, 48enne romano, di quel delirio ricorda bene il sapore, ora però è capace di sentire, nel profondo, anche quello amarissimo del dolore. Oggi è consapevole che accostarsi a un bicchiere non potrà essere mai più un gesto quotidiano, semplice e immediato.

Ha smesso di bere quattro anni e mezzo fa dopo l'approdo alla Alcolisti Anonimi. "Smettere di bere non è difficile – sentenzia -, è complicato continuare a rimanere astemi". Il lavoro, sfibrante ma anche catartico, è tutto qui: vivere ogni giorno circoscritto al presente della tua sobrietà, un giorno di più. Per tutta la vita. "Sono stato, e resterò sempre, nel profondo, un alcolista. Questo è il concetto da tenere a mente per continuare a non bere". Eugenio ha accettato di raccontarsi, "perché l'A.A. anche questo ti insegna: a saperti guardare e mostrare, nella tua fragilità e rinnovata forza. Nell'anonimato puro, senza protagonismo".

Come è approdato alla dipendenza all'alcol?
"È stato un passaggio quasi naturale attraverso la dipendenza da sostanze stupefacenti. Fin da ragazzo ho sempre assunto qualcosa. Dalle droghe più leggere sono passato a quelle più pesanti come l'eroina, che mi ha portato anche ad un annetto in comunità, per disintossicarmi. Un'esperienza che, evidentemente, mi servì solo in parte: a 24 – 25 anni ha preso il sopravvento l'alcol".

Ha potuto rintracciare una motivazione che l'ha portata a questo?
"Sono stato un ragazzino a disagio, con alle spalle una famiglia assente. Mio padre era sempre fuori. Io e le mie due sorelle venivamo lasciati soli nel gestire le nostre vite. Mi sono sentito trascurato come bambino e come adolescente".

Nella cerchia degli amici o a scuola, ritiene ci sia stato qualche fattore o persona che l'ha condotta verso la china?
"All'epoca farsi una canna era praticamente normale, il fumo circolava con molta normalità un po' ovunque. In ogni caso, non credo e non ho mai creduto alla 'cattiva amicizia' che ti trascina in basso. Se ci cadi è perché dentro di te abita già la fragilità. La tua debolezza deriva da altro, non dalla forza 'negativa' di chi ti passa accanto. Lo dimostra il fatto che, per fortuna, non tutti quelli a cui circola accanto droga o alcol poi ne diventano dipendenti".

Come definirebbe la dipendenza dall'alcol?
"Come ogni tipo di dipendenza è una brutta malattia dell'anima. Io lo chiamo il 'delirio'. Di fatto tutte le dipendenze sono provocate dal medesimo senso di doloroso 'vuoto', di impermeabilità nei confronti del mondo esterno. È una malattia di cui non ci si libera mai, o meglio che va tenuta sempre sotto stretto controllo. È un demone dormiente, che non muore mai". 

In che modo l'alcol ha condizionato la sua vita?
"Nel mio caso, per fortuna, non si è trattato di un condizionamento che ha invaso la vita lavorativa; bevevo nel tempo libero e la sera. Questo mi ha permesso di mantenere un certo controllo nella mia vita sociale. Tuttavia, la giornata veniva regolata sul fatto che dovevo procurarmi da bere se in casa non c'erano più scorte. Prima di tornare, dopo l'ufficio, dovevo andare a fare rifornimento. Sabato e domenica, invece, il bere mi accompagnava dal mattino, appena sveglio".

Quali erano le ripercussioni che la dipendenza le procurava?
"C'era la difficoltà, spesso, di ricordare quello che era successo la sera prima, dopo la sbronza: il giorno dopo non avevo memoria di cosa fosse accaduto, di come fossi arrivato a casa, né cosa avessi combinato o con chi avessi parlato. È stata una fortuna che io non abbia mai avuto un incidente in auto. Non di rado mi dimenticavo appuntamenti presi, e lì subentravano giustificazioni e bugie. Con una dipendenza di questo tipo si diventa spesso inaffidabili".

L'alcolismo non le ha procurato risvolti sulla salute?
"No mai, per fortuna".

Le è capitato di perdere qualche amicizia, a seguito di questo suo problema?
"No, perché si rendevano conto solo in parte. Non erano consapevoli della gravità del mio stato. Sottovalutavano un po' ".

Quando si è reso conto di aver toccato il fondo e ha sentito di dover chiedere aiuto?
"Quando mi sono accorto che stavo distruggendo la mia vita e che non sarei andato da nessuna parte. Il livello di gravità della dipendenza aveva cominciato a farmi prendere giorni di ferie al lavoro, dopo il finesettimana, perché mi alzavo senza avere le forze per affrontare la giornata. E anzi, mi fermavo a casa per continuare a bere. Ringrazio di aver toccando il fondo; è l'unico modo per riemergere e prendere iniziative di svolta. Ci sono storie in cui il fondo è stato toccato molto difficilmente: per qualcuno non è bastato quasi rimetterci la vita. La consapevolezza vera della gravità di quello che hai trascorso arriva solo dopo, quando cominci a prendere distanza dalle cose. Mentre lo vivi, affoghi nel bicchiere tutto il dolore che ogni cosa che vivi ti provoca".

Come guarda oggi all'alcol?
"So che non potrò mai più avvicinarmi a un solo goccio. Non sarò mai abbastanza forte di fronte ad esso, perché da esso sono stato sopraffatto in passato. Sono più di quattro anni che non bevo, ma il mio lavoro di distanza dall'alcol ricomincia ogni giorno che apro gli occhi. Ogni mattina quando mi sveglio mi ricordo che sono, e sarò sempre, un alcolista, non attivo certo, ma so che non avrò mai più la forza di prendere un bicchiere in mano in modo indifferente".

Quando ha contattato la Alcolisti Anonimi, cosa è successo? Qual è il percorso previsto?
"La A.A. ha una filosofia unica per tutti, a livello mondiale, semplice ma determinata e determinante. Gioca sulla libertà di ognuno di decidere di seguirla e non chiude mai le porte a nessuno che voglia un aiuto. Anche a chi non ha ancora avuto la forza di smettere di bere. Chi ha ricevuto una mano, deve anche saper dare una mano agli altri. Quattro anni e mezzo fa cercai il numero e la sede a me più vicina, da solo. Mi accostai e oggi eccomi qui".

Come si svolge il tutto?
"L'esperienza è libera e volontaria, completamente gratuita. Ci si riunisce in gruppo e ci si racconta. Ci sono però delle regole: nessuno può interrompere, si parla a turno e non si possono fare commenti sulle esperienze degli altri. L'A.A. non impone nessun imperativo, nemmeno quello di non bere più. Non c'è nemmeno l'obbligo di frequenza. Tutto si fa con la propria libera iniziativa e con la propria assoluta responsabilità. Ma non possiamo tirarci indietro se qualcuno ci chiede un aiuto, non possiamo rifiutare un alcolista che soffre ancora. È un modo per restituire quello che si è ricevuto e nel contempo, ti offre la possibilità di ricordare come era la tua vita quando sei arrivato".

Lei prosegue a frequentare la A.A. dunque. Come è cambiata la sua vita?
"La mia vita è cambiata profondamente, è difficilissima e bellissima. All'inizio sembra arrivare l'inferno vero: quando smetti di bere riemerge come un'onda anomala tutto quello che affogavi nel bicchiere. Il dolore devi guardarlo e saperlo cambiare. Sono i passi più duri. Oggi suono la chitarra meglio di ieri, ho recuperato il rapporto con mia figlia e ho cercato anche di riparare agli errori commessi con la mia ex moglie".

Sono queste le iniziative terapeutiche che richiede la frequenza all'A.A.? 
"Sono alcuni dei cosiddetti '12 passi' ovvero altrettante regole che accompagnano la nuova vita che si intraprende. In ogni giornata è necessario fare tutti e 12 i passi, il primo dei quali è quello di smettere di bere. Poi c'è l'accettazione di un evento negativo e il saperlo vivere e affrontare senza bere. C'è il passo in cui ci si interroga profondamente su quali siano i propri problemi e i propri difetti di carattere, poi quello di parlarne con qualcuno, senza tralasciare quello di cercare di riparare i danni che hai fatto alle persone che hai conosciuto e amato. Sono pesi di cui occorre liberarsi. Fino ad arrivare al 12esimo passo che è quello in cui ci si comincia ad occuparsi anche degli altri e dunque a svincolarsi dalla propria sola ossessione e persona".  
 
Il 12esimo è il valore cruciale.
"Sì, che si aggancia anche a quello che definiamo il 'potere superiore': ovvero la consapevolezza che si ha sempre bisogno di aiuto esterno; per qualcuno può essere la fede in Dio, per qualcun altro, come me, l'occuparsi ancora di chi soffre. È il concetto di umiltà profonda".

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