Aids: in Italia resta alto il rischio contagio

Sono 4mila i nuovi casi ogni anno, per l'80 per cento provocati da rapporti sessuali promiscui. Dati, scenari e prospettive di cura nella Conferenza Internazionale sul tema organizzata in questi giorni a Roma.

Ricerca in Medicina Paola Simonetti — 20/07/2011

Il clamore 'terroristico' di trent'anni fa è svanito. In Italia l'Aids, venuto alla ribalta sanitaria con prepotenza nei primi anni '80, sembra non fare più paura a nessuno, tanto da essere pericolosamente sottovalutato. Lo confermano, un anno dopo l'altro, i dati registrati nel nostro Paese. Gli ultimi sono stati resi noti nell'ambito della Conferenza Internazionale sull'Aids, IAS2011, organizzata a Roma in questi giorni. L'evento vede la partecipazione di seimila medici e studiosi di tutto il mondo per fare il punto sulla patologia, lo stato della prevenzione, ma anche sui progressi della ricerca in merito a terapie e vaccino.

I DATI DEL CONTAGIO ITALIANO. La malattia, all'inizio considerata prerogativa di omosessuali e tossicodipendenti, è ormai da anni diffusa trasversalmente, provocando contagi anche, e soprattutto, fra persone eterosessuali. Il volto della patologia è dunque in costante e progressivo cambiamento, sul fronte delle fasce d'età ma anche delle categorie che colpisce.

Nel nostro Paese, a oggi, sono circa 160mila le persone malate di Aids. Sono 4mila le nuove infezioni ogni anno, ogni 2 ore una persona viene contagiata dal virus Hiv responsabile dell'Aids. Nel mondo la diffusione è ancora più rapida, con un'infezione ogni 6 secondi, circa 7mila 400 al giorno, ma solo la metà viene curata e ogni ora 200 persone muoiono di Aids. Come sottolineato in occasione dell'incontro internazionale romano, dal 1982, anno della prima diagnosi di Aids in Italia, al 31 dicembre 2010, sono stati notificati 62mila 617 casi. Di questii il 77,3 per cento era di sesso maschile, l'1,2 per cento in età pediatrica o con infezione trasmessa da madre a figlio e l'8,5 per cento era costituito da stranieri. Nel 2009 si sono verificate 2mila 588 diagnosi con un'incidenza pari a sei abitanti ogni 100mila a fronte, nel 2010, di 1.079 i nuovi casi.

In aumento l'età media in cui viene diagnosticata: passa dai 26 anni per i maschi e 24 anni per le femmine del 1985 ai 39 e 36 anni nel 2009. Dunque, a conti fatti, il 66,2 per cento del totale dei casi si concentra nella fascia d'età 30-49 anni. Nello specifico ha visto un incremento la quota di casi nella fascia d'età 40-49 anni. Si modificano, quindi, anche le categorie di trasmissione: diminuiscono i tossicodipendenti (dal 74,6 per cento nel 1985 al 5,4 per cento nel 2009) e crescono i casi attribuibili a trasmissione sessuale (omosessuale ed eterosessuale) passati dal 7,8 per cento nel 1985 al 79 per cento nel 2009.

LA GEOGRAFIA DEL VIRUS. Nel nostro Paese la concentrazione di casi è maggiore al centro-nord rispetto al sud e alle Isole. In particolare, si è sottolineato nella conferenza, la più alta è stata registrata in Emilia Romagna, seguita da Lombardia e Lazio. Mentre la più bassa in Calabria. "Dati che inquadrano l'Italia – ha precisato l'Istituto Superiore di Sanità -  fra i Paesi dell'Europa occidentale con un'incidenza di nuove diagnosi di hiv medio-alta". Gli stranieri con infezione da Hiv sono aumentati dall'11 per cento del 1992 al 32,9 per cento del 2006, per poi diminuire negli anni seguenti fino al 2009, dove rappresentavano il 27,2 per cento. In pratica nel 2009 quasi una persona su tre, fra gli Hiv positivi, è risultata di nazionalità straniera.

NODO CRITICO, LA DIAGNOSI TARDIVA. Il ritardo nello scoprire il contagio resta, in Italia, uno dei gravi problemi che pesano sulla cura della patologia secondo gli esperti intervenuti alla conferenza romana: nel 2010 quasi il 60 per cento dei nuovi casi di Aids ha scoperto di essere sieropositivo molto tardi, in concomitanza con la diagnosi di malattia conclamata.

L'allarme lanciato dall'Istituto Superiore di Sanità è legato al fatto che "questa proporzione è aumentata progressivamente negli ultimi 15 anni. Come conseguenza di queste diagnosi tardive – ha aggiunto l'Iss-, ben due terzi delle persone diagnosticate con aids dal 1996 a oggi non ha usufruito dei benefici delle terapie antiretrovirali prima di tale diagnosi". I decessi, infine, ammontano a 39mila 344 pazienti (62,8 per cento) al 31 dicembre 2010. "Tuttavia – ha concluso l'Iss - è probabile che si tratti di un numero sottostimato, in modo particolare per gli ultimi anni, dal momento che la segnalazione di decesso al centro operativo anti aids non è obbligatoria".

IL MANCATO CONTRIBUTO ITALIANO. Brutta figura per l'Italia in questo incontro internazionale, nell'ambito delle riflessioni sul contributo alla ricerca e ai fondi necessari per garantire l'accesso alle cure nel Sud del mondo: il nostro Paese, infatti, pecca per il mancato finanziamento italiano al Fondo Globale per la lotta all'Aids, la tubercolosi e la malaria. Il governo italiano non ha versato i 130 milioni di dollari, più altri 30, promessi due anni fa in occasione del G8 dell'Aquila.


LINK
- IAS2011
- Istituto Superiore di Sanità