Intolleranze: quali test per rivelarle?

Alimentazione Edelweiss — 29/05/2008

Esistono diversi test che promettono di rivelare le intolleranze alimentari. È importante distinguere fra test non convenzionali e test validabili convenzionalmente. I primi (che chiameremo non scientifici) non hanno basi scientifiche (cioè non spiegano scientificamente i motivi dell'intolleranza; per esempio dire che l'intolleranza è prodotta da tossine che si accumulano nell'organismo è una spiegazione di validità nulla, se non si spiega il meccanismo d'accumulo, di quali tossine si tratta, se non le si rilevano realmente ecc.). Si basano su concetti generici molto discutibili che tendono a dare di un fenomeno una determinata spiegazione (l'intolleranza) fra le tante possibili (errore di partigianeria). Non sono mai sottoposti a test di validazione su campioni di popolazione molto numerosi, anzi chi li promuove evita queste verifiche. I secondi (test scientifici) sono molto recenti e sono la risposta della scienza ufficiale al dilagare (spesso facilitata da enormi interessi commerciali) di test non scientifici. Negli ultimi anni sono nati alcuni test (oggetto di un prossimo articolo) che, partendo da una spiegazione dell'intolleranza, si prefiggono di rilevarla. Purtroppo, nonostante l'entusiasmo dei promotori, sono ancora sotto esame e nulla di definitivo si può affermare. Vediamo le difficoltà dei test per le intolleranze:

La sensibilità -
È la probabilità che soggetto malato (quindi intollerante) presenti un test positivo. Se il test è affidabile dovrebbe essere il 100%. Poiché si conosce e si riesce a diagnosticare l'intolleranza al glutine (celiachia), si può usare questa forma di intolleranza per valutare la sensibilità dei test. I test non scientifici hanno dimostrato sensibilità che non arrivano mai al 30%, nonostante siano molto propensi a giudicare un soggetto intollerante a qualche alimento. Alcuni test scientifici sotto esame sembra possano arrivare al 70%, una percentuale comunque non soddisfacente. Ricordiamo che una percentuale non indica affatto un successo: anche inventando un test a caso, è possibile giudicare intolleranti individui celiaci con percentuali dell'ordine del 20-30%. Il trucco è semplice: basta considerare l'80% della popolazione intollerante a qualcosa, privilegiare le intolleranze più conosciute e si azzeccherà almeno nella metà dei casi di celiachia.

La specificità -
È la probabilità che un soggetto sano presenti un test positivo. Dovrebbe essere zero. Questo è il punto dolente dei test anti-intolleranze.  I falsi positivi sono quella percentuale (variabile da test a test) che risulta intollerante, ma non presenta problemi, cioè è sana. Per i test non scientifici tale percentuale è molto alta, circa l'80%: se prendiamo cioè 100 soggetti sani e li sottoponiamo al test, ben 80 risultano malati! A questo punto il test diventa scarsamente affidabile anche sui malati.
Purtroppo la specificità è scadente anche per i test scientifici sotto esame e molti soggetti sani risultano intolleranti (come nel test di York).

La tipologia degli alimenti -
Alcuni test come il VEGA verificano l'intolleranza su alimenti complessi, per esempio il cioccolato. Il problema è come fare a capire se uno è intollerante a latte, cacao, nichel, zucchero, lecitina di soia, o grassi idrogenati vegetali. Altri (come il DRIA) raffinano gli alimenti. Però anche se si semplificano gli alimenti, si tratta sempre di cibi costituiti da decine di sostanze. E se si scoprisse che l'intolleranza è per una certa vitamina (per esempio chi è intollerante al lievito potrebbe essere intollerante a vitamine del gruppo B contenute nel lievito) o per un certo aminoacido, che senso ha testare alimenti anche semplici che contengono decine di vitamine o decine di aminoacidi?

La quantità degli alimenti -
Generalmente si arriva a 30-40, nei test più costosi a 100-150. Non è credibile scientificamente che ne bastino così pochi. A volte si ragiona per classi (i formaggi), ma ciò nasce dal non sapere esattamente ancora qual è la vera sostanza che produce l'intolleranza. Analizzare il grana e supporlo rappresentante di tutti i formaggi (ricotta, pecorino, groviera) dal punto di vista scientifico è l'equivalente per un biologo analizzare un topo anziché un elefante (tanto sono tutt'e due mammiferi). Basta pensare che gli additivi sono centinaia per capire come è rozzo definire una persona intollerante ai salumi: e se fosse intollerante ai conservanti contenuti in essi, piuttosto che all'alimento in sé (la maggior parte dei salumi contiene nitriti e nitrati). È molto più ragionevole pensare che un soggetto sia intollerante a un additivo (e, ripetiamo, sono centinaia) che a un alimento.

Le estensioni -
Molti terapeuti hanno visto che eliminando gli alimenti positivi la situazione del paziente non migliorava (già questo è un limite al test); allora hanno esteso gli alimenti proibiti a partire dall'alimento trovato positivo. A prescindere dal fatto che se le estensioni sono troppo vaste l'alimentazione diventa un incubo, che senso ha escludere alimenti che sono risultati negativi? Per esempio l'intolleranza al solo lievito chimico genera l'esclusione di tutto ciò che è fermentato; genera anche l'esclusione del lievito di birra, del formaggio grana, del dado da brodo ecc. In genere ciò viene spiegato con il fatto che nel meccanismo di somma infiammatoria che si determina mangiando cibi verso cui esiste intolleranza, ogni cibo che determina fermentazione ha un minimo effetto o grande effetto nel determinare la sommatoria finale. Spiegazione a livello di stregoneria, piuttosto che di scienza, poco convincente perché a questo punto il cibo incomincia a diventare un GRANDE NEMICO.

L'incompatibilità -
I vari test sono fra di loro incompatibili nel senso che non danno gli stessi risultati. Questa non è una prova di condanna generale (potrebbe essercene uno valido e gli altri no), ma deve far riflettere. Inoltre molti test non scientifici risalgono a 40-50 anni fa: nonostante ciò non sono riusciti ad affermarsi con credibilità.