La bellezza dell'arte: se la sindrome di Stendhal rallenta il morbo di Alzheimer

Le visite a musei, come la danza e la musica producono emozioni che rallentano la demenza. Le esperte: "Anche se affette da patologia cognitiva queste persone possono valutare l'esperienza estetica memorie lontane e una vitalità apparentemente esaurita"

Patologie Aura De Luca 27/05/2013

Ammirare la straordinaria bellezza di un'opera d'arte fino al punto di sentirsi male. Si chiama sindrome di Stendhal[1] (ma è conosciuta anche come sindrome di Firenze perché è in questa città in particolare che si è manifestata più volte, ndr) ed è un'alterazione del proprio stato psicosomatico che provoca tachicardia, capogiri, vertigini, confusione e allucinazioni. Si manifesta, appunto, in soggetti messi al cospetto di opere d'arte soprattutto se all'interno di spazi limitati. E fu proprio lo scrittore francese Stendhal a darne notizia per la prima volta nel 1817 dopo esserne stato personalmente colpito, lo stesso anno, durante un suo soggiorno in Italia. Un'overdose di bellezza, dunque, che può stordire una persona particolarmente sensibile ma che, stando invece ad una serie di iniziative sperimentali di ricerca medica, se applicata alla demenza può avere anche straordinari effetti benefici su una mente compromessa, alimentando emozioni capaci di rallentare l'Alzheimer, in certi casi né più né meno di alcuni farmaci.

A confermare l'efficacia di questa sorta di sindrome di Stendhal al contrario, le ricerche condotte in merito dal professor Giulio Masotti, presidente onorario della Società Italiana di Geriatria, e contenute in due relazioni: la 'La memoria del bello' della geriatra Luisa Bartorelli, direttrice del Centro Alzheimer della Fondazione Roma, e 'Strategie a mediazione artistica nei Centri Diurni' della collega Silvia Ragni, psicologa e musicoterapeuta. In entrambe le analisi, le esperte spiegano come e con quali  risultati hanno condotto decine di pazienti a visitare i musei di Roma e come li hanno coinvolti in attività artistiche, pittura, musica, danza. "I benefici sono generali ed evidenti - dice la psicologa Silvia Ragni -. I pazienti sono più motivati a partecipare, percepiscono maggior benessere, dunque si riducono i tipici sintomi negativi del comportamento, cresce l'autostima, migliorano la qualità della vita, il tono dell'umore e, di conseguenza, le stesse relazioni con operatori e familiari, i quali vedono con soddisfazione i loro cari coinvolti in attività gratificanti". "Si apre così la strada a nuove sperimentazioni".

E la più innovativa tra le esperienze che si stanno applicando in questo momento è quella mutuata dal museo d'arte contemporanea MoMa di New York e che, negli ultimi mesi, ha mobilitato alcuni Centri Alzheimer della Capitale. "Attraverso questa iniziativa - spiega la geriatra Luisa Bartorelli - abbiamo condotto un gruppo di 12 pazienti in fase lieve-moderata di demenza alla Galleria d'Arte Moderna, accolti dalla direttrice Martina Di Luca". "Una settimana dopo, al Centro, abbiamo proiettato per loro il filmato della visita. Trascorso un mese - aggiunge -, ne abbiamo messo alla prova la memoria e infine abbiamo chiesto ai familiari se e che cosa fosse cambiato". Tutto questo ha consentito di registrare per ciascun paziente una precisa griglia di reazioni cognitive, affettive e comportamentali, con note sulle loro manifestazioni verbali, ovvero sui commenti o racconti fatti durante ogni incontro.

Dalle risposte dei familiari seguite la visita alla Galleria d'Arte Moderna, emerge che 11 dei 12 pazienti hanno riferito loro con entusiasmo l'esperienza, per molti nuova, descrivendo i dipinti, ricordando le impressioni ricevute, mostrando con orgoglio e custodendo con cura la cartellina con le opere viste ricevuta a fine visita. "Anche se affette da patologia cognitiva - sottolinea Bartorelli - queste persone sono in grado di valutare l'esperienza estetica col risultato che, in non pochi casi, si sono riattivate memorie lontane e una vitalità apparentemente esaurita".

Entrare in un luogo del bello, come ha detto un paziente, ha rinforzato autostima e senso di sé. Durante le visite, per di più, nessuno si è tirato indietro o ha manifestato disturbi del comportamento. A scanso di illusioni, però, va ricordato che il morbo di Alzheimer è a tutt'oggi inguaribile e che si tratta di una patologia che comunque progredisce. "Ma alla luce dei fatti - sostengono la Ragni e la Bartorelli - l'emozione estetica sembra capace di migliorare lo stato funzionale o comunque di minimizzare il peso esistenziale". "L'arte - concludono - è un ricostituente della memoria, un'iniezione di vitalità".

NOTE
[1]
Il nome della Sindrome si deve allo scrittore francese Stendhal, pseudonimo di Marie-Henri Beyle (1783-1842) che, dopo esserne colpito personalmente durante il proprio Grand Tour effettuato nel 1817, ne diede una prima descrizione nel libro 'Napoli e Firenze: un viaggio da Milano a Reggio'.