ADHD, quei bimbi troppo attivi 'controllati' con le anfetamine. E se non fossero affatto malati?

Nelle sale il docu-film di Stella Savino, un viaggio tra Europa e USA che indaga un fenomeno definito 'malattia' senza prove sufficienti. Eppure, 11 milioni di bambini in tutto il mondo sono trattati con psicofarmaci dai gravi effetti collatterali

Salute e Prevenzione Redazione/GP — 03/07/2014

In letteratura medico-scientifica viene catalogata come "un disturbo dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell'adolescente, caratterizzato da iperattività, impulsività, incapacità a concentrarsi". Si chiama Attention Deficit/Hyperactivity Disorder (ADHD) ed è una delle sindromi su cui tutta la comunità scientifica si interroga da circa settant'anni. Nonostante, infatti, l'individuazione dei due sintomi principali, ovvero l'inattenzione e l'impulsività/iperattività, accompagnati da mancanza di attenzione, questo resta a tutt'oggi un fenomeno che si fa fatica a chiamare "malattia". Eppure, è stata diagnosticata a milioni di bambini in tutto il mondo che attualmente vengono curati con l'unica terapia possibile per questo disturbo: le anfetamine, nello specifico pasticche di 'metilfenidato' o di 'atomoxetina'.

Ma se così non fosse? Fino a che punto si può parlare di "patologia"? E quando l'iperattività e tutti i sintomi ad essa collegati diventano davvero vera e propria malattia? È a queste domande che cerca di dare una risposta il docu-film 'ADHD Rush Hour' della regista napoletana Stella Savino uscito nelle sale italiane il 26 giugno scorso, distribuito da Microcinema. Un viaggio tra Stati Uniti, Europa all'interno dell'ADHD, tra laboratori di genetica e di Brain Imaging, aule universitarie e scuole elementari, in un confronto tra i due Paesi agli estremi della forbice d'incidenza del disturbo: la percezione della malattia, infatti, "è altissima nei Paesi anglosassoni (negli Usa è diagnosticata all'11 per cento dei bambini) dove il sistema scolastico è basato sulla competizione, e scende in maniera eclatante nei Paesi mediterranei (in Italia è diagnosticata solo all'1 per cento dei bambini) dove esiste ancora un'attenzione sociale molto forte alla famiglia". Ecco perché 'Rush Hour' nel titolo che vuol dire 'ora di punta', "un'espressione che simboleggiala nostra società che non si ferma, piena di competizione". Ed è stata proprio questa differenza da paese a paese ad attirare l'interesse della regista napoletana. "Sono stata colpita dal variare dei criteri diagnostici a seconda dei paesi. Una diagnosi che dipende, in pratica, esclusivamente dal medico che si incontra".

IL PROBLEMA VERO È LA DIAGNOSI. "Il problema vero è la diagnosi - afferma la regista - non ha dei criteri scientifici come molte malattie psichiatriche che soffrono di questa ambiguità. Ciò però che è grave è che l'ADHD riguarda i piccoli e la cura è molto pericolosa. Molti bambini cadono in questa valutazione quando magari hanno altro e se non sei stimolato a fare una ricerca profonda puoi catalogare come ADHD qualcosa che non lo è. Ad esempio- spiega la filmaker- se un bambino ha problemi epatici e si addormenta a scuola possono dirgli che ha deficit dell'attenzione, e crescerà pensando di avere un disturbo mentale quando invece ha un problema fisico che peggiorerà con i farmaci sbagliati".

PAESI DIVERSI, STESSA CURA FARMACOLOGICA: LE ANFETAMINE. A seconda del Paese in cui si vive che sia America, Germania, Francia o Italia, la cura sarà sempre farmacologica: negli Stati Uniti America lo sarà addirittura nell'80 per cento dei casi, con conseguenze collaterali pesantissimi come il rischio di suicidio, di infarto, l'alopecia e problemi epatici. "Io non ha alcuna pretesa di dimostrare qualcosa su cui la comunità scientifica è spaccata da 50 anni - ha detto la regista -, tanto meno ho voluto denunciare le case farmaceutiche. Ho solo voluto far capire come sia difficile percepire questa problematica e come chi la affronta sia lasciato solo. Per questo ho messo a confronto le voci degli addetti ai lavori e dando voce alle storie dei protagonisti".

ZACHE E ARMANDO, UNA VITA A BRACCETTO CON L'ADHD. Ed ecco allora Zache, un bimbo americano di 10 anni, solare e vitale, a cui è stata diagnosticata l'ADHD al primo anno di asilo e al quale da allora la mamma Tracye dà, come prescritto, gli psicofarmaci. A curarlo, che altro non significa che renderlo capace di rispettare le regole sociali come tutti gli altri, ci pensano ora le medicine e gli insegnanti del Summer Treatment Program, uno speciale campo estivo per bambini affetti da ADHD, che danno e tolgono punteggi in base al comportamento, più o meno consono alle circostanze. E poi Armando, 19 anni, ogni giorno da 9 anni prende gli psicofarmaci. La madre Stefania li andava ad acquistare in Svizzera quando in Italia non erano ancora autorizzata. Oggi parla con la cadenza tipica dei teenager romani, ma ha lo sguardo di un adulto. I nove anni di terapia farmacologica lo hanno fatto crescere in fretta, tanto che, oggi che è capace di scegliere se sospendere o meno le medicine, ricorda sorridendo quando alle elementari, unico della classe, aveva ottenuto il permesso di masticare le gomme americane pur di non disturbare la lezioni con quegli strani suoni che gli servivano per ritrovare la concentrazione.

QUEL SOMMERSO ITALIANO CHE ALL'INIZIO AVEVA BLOCCATO L'USCITA DEL DOCUFILM. "Io ho iniziato a scrivere la sceneggiatura tra il 2007 e il 2008, ho girato nel 2009 ed ho terminato il documentario nel 2010 ma è rimasto fermo per 4 anni perché non lo voleva nessuno!". Poi, dopo la proiezione al Festival di Cannes del film 'Mommy' del regista canadese Xavier Dolan che tratta lo stesso argomento, qualcosa è cambiato "ed ora, improvvisamente - ha detto la Savino -  lo vogliono tutti". E se si pensa che negli Stati Uniti il docu-film è già uscito in homevideo, in Italia la resistenza potrebbe essere stata forse dovuta ad un sommerso legato a questa "malattia" difficile da monitorare. Il ministero della salute ha infatti creato un registro ufficiale dell'ADHD con all'interno circa novanta centri regionali dove prima di arrivare alle terapia farmacologica bisogna provare tutte le terapie comportamentali. "Ma c'è chi vuole risolvere subito il problema - ha rimarcato la regista -, e si procura i farmaci, magari in Svizzera perché le linee guida ministeriali impediscono l'uso di psicofarmaci ai minori al di sotto dei 6 anni, anche se molti piccoli danno segni di ADHD già in età prescolare. Inoltre, dopo i 6 anni è possibile assumere farmaci solo se si è dimostrato che le altre terapie hanno fallito".

MATERIALI
- Scheda ISS sull’ADHD