Salute: economia sanitaria come volano di crescita…ma il welfare familiare è in crisi

Secondo il Censis, nonostante aumenti la domanda di cura e di assistenza, gli italiani tagliano su prestazioni mediche e oggi anche sulle badanti. Eppure integrare pubblico e privato aiuterebbe a ripartire. Ecco perché

Cronaca Medicina e Salute Redazione/TB 10/07/2014
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“Nei lunghi anni della recessione le famiglie italiane hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico. Oggi, però, questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”. Così il Direttore Generale del Censis, Giuseppe Roma, ha commentato la brusca frenata della spesa sanitaria privata, quella delle famiglie italiane, che nel 2013 ha fatto registrare un -5,7 per cento. Una riduzione che ha pesato fortemente sul valore pro-capite passato da 491 a 458 euro all’anno. I dati sono emersi dal Rapporto ‘Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali’ presentato dal Censis il 10 luglio, che evidenzia, inoltre, come le famiglie italiane abbiano dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private. Per l’assistenza familiare ai malati, inoltre, per la prima volta è diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila aiuti in meno.

FRENA LA SPESA FAMILIARE PER SANITÀ E ASSISTENZA. I datti visti sopra sono i segnali di una inversione di tendenza rispetto a un fenomeno consolidato nel lungo periodo per cui le risorse familiari hanno compensato una offerta del welfare pubblico che si restringeva. Oggi anche il welfare privato familiare comincia a mostrare segni di cedimento: tra il 2007 e il 2013 la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6 per cento in termini reali) a causa della stretta sui conti pubblici, mentre è aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2 per cento tra il 2007 e il 2012, per poi ridursi però del 5,7 per cento nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. E anche il numero dei collaboratori domestici per attività di cura e assistenza (963mila persone) ha registrato una flessione nell’ultimo anno (-0,4 per cento nel 2013), dopo un periodo di crescita costante (+4,2 per cento tra il 2012 e il 2013).

LA DOMANDA CRESCENTE DI CURA E DI ASSISTENZA...Il dossier del Censis stima che 4,1 milioni di persone in Italia sono attualmente portatrici di disabilità (il 6,7 per cento della popolazione), nel 2020 diventeranno 4,8 milioni, per arrivare a 6,7 milioni nel 2040. La spesa totale per le disabilità ha registrato un forte incremento, superiore al 20 per cento in termini reali tra il 2003 e il 2011, passando da 21,2 miliardi di euro a quasi 26 miliardi. Cresce anche la domanda di assistenza per la popolazione anziana non autosufficiente. In Italia gli anziani che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata sono passati da poco più di 200mila nei primi anni 2000 a oltre 532mila nel 2012, cioè dal 2,1 per cento della popolazione anziana (persone con 65 anni e oltre) al 4,3 per cento. La spesa complessiva per gli anziani serviti dalla long term care è pari attualmente all’1,7 per cento del Pil, ma nel 2050 l’incidenza potrebbe arrivare al 4 per cento, alla luce delle proiezioni demografiche.

…EPPURE IL WELFARE PUBBLICO SI RISTRINGE. L’allungamento dell’aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale. Negli anni a venire l’incremento della domanda di sanità e di assistenza proseguirà a ritmi serrati. Una domanda che l’offerta pubblica però non potrà soddisfare. C’è già oggi una domanda inevasa di cure e di assistenza a cui il sistema pubblico non riesce a fare fronte. Il 73 per cento delle famiglie italiane ha fatto ricorso almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche o a esami diagnostici a pagamento (in intramoenia o presso studi privati). Il motivo principale (per il 75 per cento) sono i tempi inaccettabili delle liste d’attesa. Il 31 per cento delle famiglie ha invece dovuto rinunciare almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche, a esami diagnostici o a cicli di riabilitazione. In più, il 72 per cento delle famiglie dichiara che oggi avrebbe difficoltà se dovesse affrontare spese mediche particolarmente impegnative dal punto di vista economico.

…MEGLIO INTEGRARE STRUMENTI PUBBLICI E PRIVATI. La via dell’integrazione è un’opportunità per soddisfare una domanda che la sola offerta pubblica non è più in grado di coprire. L’Italia resta una delle poche economie avanzate in cui la spesa sanitaria ‘out of pocket’ intermediata, ovvero gestita attraverso assicurazioni integrative o strumenti simili, si ferma a una quota molto bassa: appena il 13,4 per cento del totale della spesa sanitaria privata a fronte del 43 per cento della Germania, del 65,8 per cento della Francia, del 76,1 per cento degli Stati Uniti. La presenza di operatori privati specializzati e qualificati sia nel campo delle prestazioni sanitarie che dell’assistenza, con servizi resi accessibili attraverso strumenti assicurativi integrativi, permette di fornire servizi più adeguati. Un esempio è quello dell’assistenza domestica tramite badanti a persone anziane o disabili, la cui domanda è decisamente in crescita. Non solo l’Italia è il Paese dell’area Ocse con la più elevata percentuale di familiari che prestano assistenza a persone anziane o disabili in modo continuativo (il 16,2 per cento della popolazione: il doppio, ad esempio, della Svezia). Ma oggi le famiglie sono in gran parte costrette a reclutare le badanti autonomamente attraverso canali informali, le pagano di tasca propria, con forme diffuse di irregolarità lavorativa, senza garanzie sulla loro professionalità e affidabilità.

LA ‘WHITE ECONOMY’, VOLANO PER CRESCITA E OCCUPAZIONE. Da una integrazione degli strumenti di welfare pubblici con il mercato sociale privato, puntando a valorizzare l’economia della salute, dell’assistenza e del benessere delle persone (la ‘white economy’), può scaturire una vera rivoluzione produttiva e occupazionale, utile a risollevare l’Italia dalla prolungata fase di stagnazione. Considerato nell’insieme, il sistema di offerta di servizi di diagnostica e cura, farmaci, ricerca in campo medico e farmacologico, tecnologie biomedicali, servizi di assistenza a malati, disabili, persone non autosufficienti genera oggi un valore della produzione di oltre 186 miliardi di euro, pari al 6 per cento della produzione economica nazionale, con una occupazione di 2,7 milioni di addetti. Questa articolata filiera comprende le attività dei servizi sanitari (110,9 miliardi di euro di produzione e 1,2 milioni di occupati), i servizi di assistenza sociale (21,6 miliardi e 447mila addetti), l’industria farmaceutica (26,6 miliardi e 60mila addetti), la produzione di strumenti biomedicali, elettromedicali, di diagnostica e i relativi servizi (17,6 miliardi e 53mila addetti). Qui va considerato anche il vasto segmento dell’assistenza personale, delle badanti e dell’accompagnamento, che genera 9,4 miliardi di valore con quasi 1 milione di addetti.

POSSIBILITÀ SI’, MA MANCA LA CONSAPEVOLEZZA COLLETTIVA. Tuttavia, secondo il Rapporto del censis, manca ancora una matura consapevolezza collettiva. Alla domanda su come si pensa di affrontare in futuro la vecchiaia ed eventuali malattie, il 52,5 per cento degli italiani mostra un atteggiamento fatalista (non ci pensa o rinvia il problema), il 26 per cento conta sui propri risparmi, il 25 per cento si affida al welfare pubblico, l’8 per cento all’aiuto dei familiari e solo il 4 per cento ha stipulato polizze assicurative.